Il mito di Antigone: la figura femminile nel conflitto tra morale e diritto

“Dura lex sed lex” dicevano i latini.
La legge, anche se dura, è pur sempre la legge. E come tale, va rispettata.
Anche se a volte ci sembra davvero incomprensibile.

Ormai non passa un giorno senza che si debba venire a sapere di una nuova inchiesta giudiziaria.
Rapine, violenza, corruzione: la materia prima non manca di certo.
Di queste tristi vicende, però, il comune denominatore è la sete di giustizia delle vittime.
Perché è a questo che serve la legge, giusto?

Purtroppo, è capitato fin troppe volte di assistere alla rabbia di quelle persone che, entrate in un aula di tribunale per ottenere giustizia, si siano invece sentite tradite. Peggio, abbandonate proprio da chi avrebbe dovuto proteggerle.

In questi casi, viene ripetuto un solo mantra: “le sentenze vanno rispettate”.
Come laureato in Giurisprudenza, non posso che essere d’accordo.
Ma è davvero tutto qui?
Quando la legge parla, la giustizia non può fare altro che chinare il capo?

Non proprio, per fortuna.
La soluzione al conflitto tra legge e giustizia non è affatto scontata ed è un problema che l’uomo si è posto da molto tempo, da prima ancora che venisse edificata la prima aula di tribunale.

Proprio di questo conflitto, infatti, parla il mito di Antigone.

Antigone, il mito

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Antigone è una figura della mitologia greca che ha conosciuto diverse incarnazioni, la prima e più famosa delle quali è senza dubbio quella di Sofocle, che raccontò la sua storia nell’omonima tragedia.

Le vicende hanno inizio nella città di Tebe: Eteocle e Polinice, figli del precedente re Edipo (lo stesso che risolse l’indovinello della Sfinge, per intenderci), combattono tra loro per il trono, ma finiscono per uccidersi a vicenda.
Il nuovo re, Creonte, decreta che Eteocle debba essere seppellito con tutti gli onori, mentre il corpo di Polinice debba essere lasciato a marcire.

Antigone, sorella di Polinice, si oppone a questa decisione e svolge i riti funebri per il fratello.
Portata al cospetto del nuovo sovrano per il suo “crimine”, la ragazza si difende sostenendo che la pietà per i morti è un dovere agli occhi degli dei, la cui volontà è superiore a quella di un uomo, anche se è un re.
Furioso per essere stato sfidato e disobbedito da una donna, Creonte condanna Antigone a essere imprigionata in una grotta finché non morirà di stenti.

Una decisione tanto ingiusta smuove le proteste degli altri personaggi, tanto che alla fine Creonte è costretto a tornare sui propri passi. Ordina che a Polinice sia data sepoltura e che Antigone venga liberata.

Purtroppo, ormai è troppo tardi: pur di non passare la sua vita da prigioniera, Antigone ha scelto di impiccarsi.

Antigone, il simbolo

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Antigone by Tulsa Community College Department of Theatre

Il mito di Antigone parla di argomenti più che mai attuali e non deve stupire che la sua narrazione sia sempre più apprezzata, non solo a teatro ma anche come simbolo di tante lotte per i diritti fondamentali.

Antigone è una donna coraggiosa che viene punita da un uomo solamente perché ha osato contraddirlo.
È il tema della violenza di genere, forse uno degli argomenti più delicati quando oggi si pensa al conflitto tra diritto e morale.
La vittima chiede giustizia, ma spesso la legge sembra sorda a questa richiesta.
Non è forse quello che Antigone chiedeva per suo fratello?

Soprattutto, Antigone è il simbolo di una coscienza morale che non può essere taciuta davanti all’ingiustizia. Siamo esseri umani, non macchine, e non esiste codice che ci dovrebbe impedire di provare pietà, sdegno e rabbia davanti alle immagini di cronaca.

Bambini separati dai genitori al confine del Messico. Uomini annegati nel Mediterraneo. Persone aggredite, se non uccise, per il loro sesso o per il colore della pelle.
Questi sono i nostri Polinice, lasciati a marcire dal Creonte di turno.
Sappiamo benissimo cosa farebbe Antigone.
Ma noi cosa stiamo facendo per loro?

Tutti siamo Antigone

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da Antigone di Sofocle | adattamento e regia Tommaso Amadio

Concludo l’articolo ritornando alla domanda iniziale: la giustizia deve chinare il capo davanti alla legge?
Antigone risponde no, che è possibile e perfino doveroso ribellarsi contro l’ingiustizia.

Eppure, il mito finisce in tragedia.
Dobbiamo pensare che anche al giorno d’oggi non ci sia speranza?

Per fortuna, no.

Sofocle ambienta la sua narrazione nell’Atene del V secolo a.C.
Da allora, sia l’uomo sia la democrazia hanno fatto passi da gigante e oggi abbiamo uno strumento fondamentale che purtroppo Antigone non ha mai conosciuto.

La Costituzione.

La Costituzione, un punto di incontro da cui partire

La nostra Carta fondamentale rappresenta il punto d’incontro tra Antigone e Creonte, tra giustizia e diritto.
La Costituzione si apre con i principi fondamentali, un’elencazione dei diritti imprescindibili che devono essere garantiti non solo a ogni cittadino italiano, ma a ogni essere umano.

Principi che non sono solo una dichiarazione di buona volontà, che lo Stato può sconfessare impunemente: ogni legge italiana è tenuta al rispetto di questi diritti fondamentali, pena la sua abrogazione a opera della Corte Costituzionale.

Vale la pena aggiungere che, a rafforzare questa impostazione giuridica, c’è anche il diritto europeo e in particolare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che oggi ha assunto lo stesso valore dei Trattati dell’Unione, come tale vincolante non solo per le istituzioni comunitarie ma anche per ogni singolo Stato membro e giudice nazionale.

Insomma, sono trascorsi secoli, ma alla fine Creonte ha imparato la lezione: la legge non è più la voce di un tiranno dispostico, ma lo strumento con il quale vengono garantiti i diritti fondamentali per cui Antigone si sacrificò.

Quindi non abbiamo più bisogno di Antigone?

Purtroppo no.
Senza una costante applicazione, perfino la Costituzione rimane un bel foglio di carta.
Ed è un errore fin troppo diffuso pensare che solo giudici e avvocati debbano applicarla: quello è un compito che spetta a ciascuno di noi, tutti i giorni.
Questo è il significato della democrazia.

Antigone non ha voltato lo sguardo all’ingiustizia e neppure si è accontentata di lamentarsi.
Ha agito, pacificamente ma con fermezza, facendo valere la legge morale sull’errore di Creonte.

Ognuno di noi può e deve essere Antigone.
Anche oggi, la legge può sbagliare e i giudici possono prendere decisioni sbagliate.
È normale, l’uomo non è perfetto e non può esserlo neppure ciò che realizza.
Ma abbiamo gli strumenti per rimediare: sono a disposizione di tutti, dobbiamo solo utilizzarli.
Le sentenze possono essere appellate, le proposte di legge possono essere indirizzate sia alle Regioni che allo Stato e non dimentichiamo le attività di volontariato, associative e di rappresentanza a cui possiamo dare il nostro sostegno.

Antigone ne sarebbe fiera.

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